Braafheid: “Gioco in Florida, mi occupo di coaching. Tifo per Pioli, tra me e Simone Inzaghi non è andata”



Il calcio nel nome e nel cuore ovunque, il sogno più grande sfiorato in Africa, la felicità trovata all’improvviso al centro dell’Europa. Edson Braafheid ha 39 anni, ama ancora il calcio e si dedica alla salute mentale dall’altra parte dell’Oceano

Simone Lo Giudice

La sua vita è stata un lungo viaggio e continua ad esserlo. Un viaggio con il pallone tra i piedi, con un bel sorriso stampato sul viso e le gambe che vanno veloci. Tutto è cominciato in Suriname, dove suo padre lo ha chiamato Edson in onore del brasiliano più grande di tutti: Edson Arantes do Nascimento detto Pelé. Il ragazzo di Paramaribo ne ha fatta di strada per raggiungere l’Olanda, il Paese che lo ha accolto e che lui ha difeso con il cognome Braafheid scritto sulle spalle la sera dell’11 luglio 2010, quando la Spagna di Andrés Iniesta e delle altre furie rosse si è portata a casa il Mondiale. Nel 2014 Roma gli ha spalancato le sue porte, allora Edson ha scoperto la Lazio e il nostro calcio. Stefano Pioli è stato il suo primo allenatore italiano, Simone Inzaghi il secondo: Braafheid ha messo piede nel loro laboratorio a cielo aperto e sa elencarne pregi (tanti) e difetti (pochi). Oggi vive in Florida, fa il papà e gioca. Il suo primo obiettivo però è dedicarsi alla salute mentale dei giovani, i futuri calciatori di domani.

Edson, come sta? Gioca ancora?

Sì, lo faccio in Florida nel Palm Beach Stars, però non più a livello professionistico. Ho smesso di giocare ad alti livelli un anno e mezzo fa, ora mi diverto con la squadra locale. A volte gioco, altre no. Quando è possibile lo faccio perché amo ancora il calcio.

Lei è cofondatore di Play Mental Foundation: di che cosa si tratta?

È un’iniziativa che porto avanti col mio socio Gianni Zuiverloon, ex calciatore professionista. Vogliamo dare un aiuto psicologico ai giovani. Nella mia carriera ho avuto tanti momenti duri. Non stavo bene. Qualche volta ero in panchina, qualche volta sentivo la pressione di dover giocare. Dubitavo di me stesso. Sono stato un buon giocatore, però non sempre. Voglio condividere la mia esperienza con i giovani talenti, voglio che conoscano l’importanza della salute mentale. Questo può aiutarli ad essere migliori.

Perché ha deciso di fare il calciatore?

È stato tutto merito di mio padre cresciuto in Suriname, un Paese ben connesso col Brasile. Lui amava il calcio e ha indossato la maglia della nostra nazionale. Ho seguito le sue orme. Ho cominciato a giocare quando ho iniziato a camminare. Mio padre mi ha chiamato Edson in onore di Edson Arantes do Nascimento detto Pelé, il brasiliano più forte di tutti. Anche mio fratello maggiore ha il nome di un calciatore. Il calcio era tutto quello che conoscevo. Giocavo per strada. Così è cominciato il mio amore.

Lei ha giocato in Germania, Olanda, Scozia e Italia: dove si è trovato meglio?

In tutti questi Paesi ho affrontato momenti buoni e cattivi. Conoscevo le squadre italiane che giocavano in Champions League, sulle altre non avevo aspettative. Giocare in Serie A mi ha fatto cambiare idea. La passione per il calcio che si respira da voi non esiste altrove. Ho amato tutto: il gioco molto veloce, il livello tanto alto. Dovevi essere sul pezzo sempre, fare attenzione alla tattica in fase offensiva e difensiva. In Italia vincere è molto importante. C’era forte competizione. Vincere era molto difficile perché c’erano tante squadre forti. La vita a Roma è stupefacente, me la porto nel cuore. È il posto in cui sono stato bene.

Meglio del Bayern Monaco?

È stato differente. Al mio arrivo in Germania ero più giovane e pensavo solo al calcio, sempre al calcio. Quando ho firmato per la Lazio ero più vecchio e mi sono divertito di più. Ho apprezzato il cibo, la gente, la città. A Monaco non pensavo a queste cose.

Che ne pensa del passaggio di Matthijs de Ligt al Bayern?

Io preferisco l’Italia alla Germania. Per tanti anni la Juventus è stata il primo club in Serie A, disputa sempre le coppe europee. Per me giocare in Italia è meglio. Il Bayern però è il top per qualsiasi calciatore e gioca sempre la Champions League per vincerla. Non conosco la situazione personale di de Ligt alla Juve. Ha deciso così, in futuro vedremo se ha fatto bene o ha fatto male.

A proposito di olandesi: che tipo era Louis van Gaal al Bayern?

Un grande mister, ma non era facile lavorarci. È una persona molto competente, ma molto particolare. A volte c’erano problemi di comunicazione tra lui e la squadra. Non gli piacevano molto i giocatori con opinioni forti, che gli dicevano quello che pensavano.

Nel 2010 lei perso la finale del Mondiale con l’Olanda: perché ha vinto la Spagna?

Perché Arjen Robben non ha segnato nei novanta minuti (ride, ndr). È semplice! Iker Casillas ha fermato la palla con i piedi e ci ha negato l’1-0, con quel gol la partita sarebbe cambiata. La Spagna era strepitosa, giocava un grande calcio. Noi avevamo solo un modo per provare a vincere: essere aggressivi, andare forte, non fare il tika-taka come loro. Loro erano i migliori e hanno vinto con merito. È molto difficile per me doverlo ammettere perché sono andato vicinissimo a vincere. Voi mi capite bene! Quando sei il migliore, come l’Italia nel 2006, vivi qualcosa di speciale. Sfortunatamente ha vinto la Spagna.

Parlando di Italia e di allenatori italiani: com’è stato lavorare agli ordini di Stefano Pioli?

Ho avuto un bel rapporto col mister. Era molto diretto, un uomo innamorato del suo lavoro, un bravo comunicatore. È stato il mio primo allenatore italiano. Dovevo ascoltare. Se avevo qualcosa da dirgli, dopo l’allenamento potevo andare nel suo ufficio. Pioli era molto umano, ti dava l’opportunità di confrontarti e di discutere con lui: questa sua qualità mi piaceva tanto.

Con Simone Inzaghi invece?

Abbiamo lavorato insieme per poco tempo. Inzaghi è arrivato qualche mese prima che scadesse il mio contratto. Non ho avuto una buona esperienza con il mister. La pensava diversamente da Pioli sulle mie qualità, quindi ho giocato poco. Però ha fatto molto bene alla guida della Lazio, l’ha portata ad alti livelli. È fenomenale. Non posso dire niente di cattivo su Inzaghi.

Quindi lei oggi tifa per Pioli?

Mi piace come gioca il suo Milan. Fa il calcio tipico di Pioli: molto forte, passionale, ad alta intensità. Apprezzo tanto questo stile.

Com’era Claudio Lotito come presidente?

Ricordo che la Lazio non stava andando bene e che Lotito non era felice. È venuto al campo per seguire il nostro allenamento. Era molto arrabbiato con noi. Ricordo le sue parole: “Se non vincete la prossima partita è un grosso problema. Che cosa pensate di fare?”. Poi abbiamo vinto e il presidente si è calmato.

E Igli Tare come dirigente?

Avevamo un bel rapporto e ce lo abbiamo ancora. Ci sentiamo. Igli è un buon amico e soprattutto un grande uomo per la Lazio.

Qual è stato il suo momento più bello con la maglia biancoceleste?

La mia prima partita con la Lazio: abbiamo vinto 3-0 contro il Cesena, ho fatto un assist per Antonio Candreva. Ho giocato una bella gara anche contro Victor Ibarbo quando abbiamo battuto il Cagliari 4-2 all’Olimpico. Era grosso e veloce. Me la sono cavata davvero bene quel giorno. Abbiamo scattato anche una foto insieme dopo quella partita. Poi lui è passato alla Roma.

Che cosa ne pensa della Lazio di Maurizio Sarri invece?

Per me l’ultima stagione non è stata buona se consideriamo la qualità della rosa. Sarri non è riuscito ad ottenere il massimo dai calciatori che aveva tra le mani. Potrebbe farli giocare meglio. Sono curioso di vedere quello che farà con la Lazio quest’anno.

Che cosa vuole fare in futuro Edson?

Mi piacerebbe tornare in Italia. Mia moglie pensa a Roma ogni giorno. Sarebbe bello lavorare di nuovo con la Lazio. Se capiterà l’opportunità la prenderò al volo.

Le piacerebbe fare l’allenatore?

Mi piacerebbe condividere le mie conoscenze per far capire ai più giovani l’importanza della salute mentale. Un mental coach può aiutare i giocatori a performare meglio, a crescere come essere umani. Io sono Edson, poi un calciatore professionista. È facile commentare negativamente le prestazioni di un atleta, però i media lo fanno senza sapere come sta mentalmente. Quando un calciatore è discontinuo partono le critiche. Come fare a giocare bene sempre? Questa è la risposta che io cerco di dare.

(Si ringrazia la Dott.ssa Pioli Di Marco per la collaborazione)



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