Giornata della violenza di genere, un sostegno psicologico per le vittime


In Italia, la maggior parte delle forme di violenza sulle donne avviene fra le mura di casa. Dietro il 70 per cento delle violenze sessuali c’è il marito, il compagno, il partner, e molto spesso le vittime di abusi non hanno il coraggio di denunciare la loro situazione o di prendere una posizione decisa per uscirne. Un problema, quello della violenza sulle donne, che dovrebbe essere preso in carico dalla sanità italiana, oltre che da associazioni e centri anti violenza.

Alcuni centri ospedalieri di riferimento ci sono, ma la situazione è a macchia di leopardo e servirebbe una maggiore presenza in tutte le regioni, perché sono importanti come porta di ingresso per prendere in carico le donne fornendo loro supporto, e aiutandole ad affrontare a vincere paure e cattive abitudini inculcate, ancora troppo spesso, dalla nostra società, per riuscire a riprendere in mano le proprie vite. E quale momento migliore per parlarne che oggi, 25 novembre, nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Violenza di genere, il senso di colpa delle donne



I dati

Le forme di violenza prevalenti sono quelle fisiche, psicologiche, economiche, ma anche minacce e stalking. Negli anni, in Italia, è aumentata l’offerta per quel che riguarda i centri di aiuto come i centri anti violenza e i consultori, e sono aumentate anche le donne che hanno iniziato un percorso personale di uscita dalla violenza. A fronte di questo però, solo circa il 20 per cento riesce a raggiunge gli obiettivi del percorso, mentre almeno la stessa percentuale decide di interromperlo.

“Le ragioni possono essere diverse – dice Maria Giuseppina Muratore, responsabile Istat del gruppo di lavoro sulla violenza di genere. “Nel 2014 l’Istat ha fatto un’indagine in cui si chiede alle donne se avessero mai lasciato il partner. Emergeva, soprattutto, che molte di quelle che lo facevano poi tornavano indietro. E le ragioni più diffuse – le stesse dell’indagine del 2006 – erano ‘per amore, per il bene dei figli, per la famiglia, o perché pensavo che sarebbe cambiato’. Purtroppo, da questo punto di vista, la situazione nel nostro paese non sta cambiando”.

I femminicidi

Quello che allarma, infine, è che il numero di femminicidi si mantiene costante negli anni. Secondo i dati Istat aggiornati al 2021, in famiglia o in una relazione di coppia sono state uccise 100 donne. Il 58,8% di queste è vittima di un partner o di un ex partner.

Non è diminuito durante la pandemia, quando invece è diminuito il numero complessivo di omicidi in Italia (proprio per effetto del lockdown), né in seguito. Si registra un lieve calo quest’anno, invece, secondo le stime preliminari presentate dalla direzione centrale della Polizia criminale nel convegno contro le violenze di genere che si è tenuto tre giorni fa in Campidoglio. Fino ad oggi, sono già 104 i femminicidi commessi. Nei primi nove mesi dell’anno erano 82 (in lieve calo rispetto al 2021), 71 dei quali in ambito familiare. Fra queste vittime, due su tre sono state uccise dal partner o dall’ex partner.

Covid: il peso della pandemia sulle donne. Più esposte al virus e con più carico di lavoro



A chi rivolgersi

Le possibilità di aiuto, per le donne che subiscono abusi, stalking o violenze, sono riportate sul sito del ministero della Salute. Oltre a chiamare il 112 nelle situazioni di emergenza o recarsi in pronto soccorso per ricevere cure immediate, esistono delle soluzioni e dei centri a cui affidarsi se si decide di denunciare la propria condizione. Ci sono i centri anti violenza e i consultori (nel sito del ministero c’è una mappa completa di quelli presenti sul territorio nazionale, oppure si può telefonare al numero anti violenza e antistalking 1522, un servizio attivo 24 ore su 24 su tutto il territorio nazionale.

“Se non è la vittima in prima persona a cercare aiuto, è importante che le persone che le stanno vicino, se si accorgono della situazione, la aiutino e la accompagnino nella presa di coscienza del problema”, dice Maria Augusta Angelucci, psicologa nel Dipartimento salute donne e bambino dell’azienda ospedaliera San Camillo di Roma. “Bisogna convincere la vittima a recarsi al consultorio di zona, o a rivolgersi a un centro anti violenza. Cercare soprattutto di convincerla che è possibile uscire dalla violenza. Ci sono varie possibilità, oggi, a livello territoriale. Dai centri anti violenza, agli uffici dedicati all’interno dei municipi. E non dimentichiamo che ci sono anche i centri per gli uomini maltrattanti”.

Combattere gli stereotipi

Secondo un’indagine Istat del 2018, il 58.8 per cento della popolazione italiana fra i 18 e i 74 anni, indipendentemente dal sesso, si ritrova negli stereotipi di genere. Non solo, il 7,4% delle persone ritiene accettabile che un ragazzo alzi le mani contro la sua fidanzata per punirla rispetto al comportamento tenuto con un altro uomo e il 17,7% pensa che sia giusto che un uomo controlli abitualmente il cellulare o l’attività sui social network della propria compagna.

“Ho assistito a una conversazione fra due ragazze che tornavano dall’università – dice Angelucci – Una raccontava all’altra di essere andata al cinema con delle amiche e l’altra chiedeva, stupita, se il fidanzato le lasciasse questa libertà. Questa conversazione mi ha spaventato, significa che siamo ancora fermi in una dimensione in cui la donna è dell’uomo”.

Se gli omicidi nella coppia sono stabili, quindi, bisogna agire innanzitutto a livello culturale. Ma l’Italia, per quanto riguarda l’educazione sessuale e sentimentale, è ancora molto indietro rispetto agli altri paesi europei. In Francia, Germania e Spagna, il ministero della pubblica istruzione è obbligato a inserire nel programma scolastico, dalla terza media all’ultimo anno di liceo, tre incontri di educazione alla salute e di educazione sessuale ogni anno. Nelle università, nel nostro paese, spesso non ci sono uffici dedicati alla parità di genere o alla denuncia di molestie e discriminazioni, mentre all’estero è ormai la regola.

Vari settori della società devono accompagnare la presa in carico ma soprattutto la prevenzione e l’informazione. E non è un caso, infatti, che in corrispondenza della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne si registri, ogni anno, un picco nel numero di chiamate e richieste d’aiuto al 1522.

Assistere alla violenza

“C’è poi un altro problema, anch’esso di natura culturale, che la violenza assistita educa alla violenza”, spiega Angelucci. E i dati, anche su questo, non sono incoraggianti: il 70 per cento dei figli assiste alle violenze, e questo numero è in aumento. “Occorre lavorare affinché i figli di persone violente non sperimentino essi stessi relazioni violente”.

Il ruolo della sanità pubblica

Dal 2013, con l’approvazione della legge 199/2013, la violenza di genere e la violenza sessuale sono considerate un problema di sanità pubblica. Nonostante questo, però, non c’è ancora uno standard di assistenza a livello ospedaliero perché non vi è l’obbligo di formazione del personale e di creazione di un protocollo per la gestione dei casi di violenza. Sarebbe importante però che ogni pronto soccorso avesse personale specializzato nel riconoscere i segni fisici e psicologici della violenza, perché molto spesso l’ospedale è la prima porta d’accesso per le donne che hanno subito abusi o maltrattamenti.

Covid: il peso della pandemia sulle donne. Più esposte al virus e con più carico di lavoro



“È difficile che una donna ammetta subito di essere stata vittima di violenza. Di solito le donne arrivano da noi, in pronto soccorso, dicendo altre cose”, racconta Angelucci. “Per questo è importante riconoscere da subito i segni della violenza, dal turbamento psicologico al riconoscimento delle contusioni. È importante anche avere i mezzi per aiutare la donna ad esprimersi. L’azienda ospedaliera San Camillo di Roma è un centro di riferimento, uno dei primi in Italia ad aver messo in atto un percorso di presa in carico delle donne vittima di violenza sessuale e violenza di genere. I nostri medici e psicologi hanno una formazione specifica grazie ai corsi dell’istituto superiore di sanità. È anche il centro di riferimento regionale per le interruzioni volontarie di gravidanza, un’altra sede in cui spesso emergono problemi di abuso. Nel pronto soccorso psicologico, poi, arrivano molte donne vittime di violenza sessuale”.

Il sostegno psicologico

Se si subisce una violenza sessuale, quindi, appoggiarsi a una struttura specializzata è fondamentale. Prima di tutto perché l’ospedale si preoccupa di fornire sia un supporto psicologico sia pratico, e accompagna le donne in un percorso che le aiuti a uscire dalla loro condizione. Nel totale rispetto della riservatezza e preoccupandosi di offrire protezione grazie alle case rifugio e alla collaborazione con i centri antiviolenza.

Non solo, centri come il San Camillo sono anche attrezzati per raccogliere le prove delle aggressioni, e collaborano con le forze dell’ordine se la donna decide di denunciare. La possibilità di un rifugio viene offerta a tutte le donne vittime di violenza, soprattutto per quelle che non riportano lesioni e che quindi non possono essere ricoverate. Una delle paure più grandi delle vittime è quella di non essere tutelate, e di rischiare ulteriore violenza a causa della propria denuncia. Per questo è importante far ritrovare loro la fiducia e non farle sentire sole, accompagnandole in un percorso di presa di coscienza del problema, di conoscenza dei propri diritti e di costruzione della propria indipendenza. 

5 segnali che possono precedere un comportamento violento

All’interno di una relazione di coppia spesso è difficile rendersi conto dell’instaurarsi di dinamiche o comportamenti che potrebbero portare alla violenza. Esistono però alcuni segnali di pericolo che, se riconosciuti, possono salvare la vittima o renderla consapevole in tempo. Li ha elencati, insieme ad alcuni consigli, lo psichiatra Enrico Zanalda, presidente della Società Italiana di Psichiatria Forense.

La prima cosa a cui prestare attenzione è la sensazione di pericolo. Se ci si sente in questa condizione all’interno della coppia, anche solo in alcuni momenti, è bene parlarne subito sia con il partner sia con le persone che ci stanno vicine. Se si presentano situazioni in cui si discute perché il partner ha adottato un comportamento molesto o manifesta segnali problematici, è bene cercare di parlarne senza esprimere giudizi e senza mai alzare i toni. In relazione a entrambi i punti precedenti, il terzo consiglio è quello di lavorare sulle emozioni: imparare a riconoscerle e a gestirle, in modo che non siano loro a gestire noi e la relazione.

Imparare a fare questo è fondamentale anche per riconoscere le situazioni di pericolo. Il quarto e quinto punto, infine, riguardano prettamente la vittima che deve, innanzitutto, imparare a volersi bene e non accettare un ruolo passivo nella relazione. Deve voler mantenere una dignità quando la relazione va male e fa soffrire, trovando il coraggio di uscirne. Per farlo, il quinto consiglio è di parlare, sin dal primo segnale di violenza, con le persone che abbiamo vicino e con specialisti. Non è detto che la situazione degeneri, ma affinché non succeda occorre affrontarla sin da subito, tutelando in questo modo sé stesse, e anche il compagno.



Source link

Denial of responsibility! planetcirculate is an automatic aggregator around the global media. All the content are available free on Internet. We have just arranged it in one platform for educational purpose only. In each content, the hyperlink to the primary source is specified. All trademarks belong to their rightful owners, all materials to their authors. If you are the owner of the content and do not want us to publish your materials on our website, please contact us by email – [email protected]. The content will be deleted within 24 hours.