La bolla delle cripto è scoppiata ma il rischio del contagio è basso



Il re è morto, lunga vita al re. Il crollo di sua maestà Bitcoin e della sua cripto-corte, come sempre, fa rumore. Difficile negare che una bolla sia scoppiata, se un asset che a novembre sfiorava 69mila dollari è precipitato sotto 18mila. E con sé ha trascinato l’intera capitalizzazione del mondo digitale da circa 3.000 (a novembre) fin sotto i 1.000 miliardi. Negli ultimi tempi una timida ripresa, con il supporto di 20mila dollari difeso con unghie e denti. Ma restano ferite aperte, testimoniate da alcuni record negativi: in tre giorni a metà giugno si sono realizzate sulla valuta regina 7,3 miliardi di perdite, mai così tante. La volatilità resta da alert, è stato sfiorato il pareggio con i costi di produzione di un Bitcoin.

Cosa accade sui mercati

Che succede, insomma? “I mercati delle criptovalute sono in modalità paura estrema”, dice Tom Rodgers, capo della ricerca di Etc group che con HANetf ha quotato una quindicina di prodotti finanziari su cripto. A scatenare questo “inverno”, una tempesta perfetta generata da più venti contrari. “Alta inflazione e fine della politica espansiva delle banche centrali hanno generato forti pressioni”, rimarca Gabriel Debach, analista di eToro. “Chi pensava che fosse uno scudo anti-inflazione, confidando in una perdità di credibilità delle banche centrali, si è trovato il cerino in mano”, aggiunge Marco Valli, capo della ricerca Unicredit: “Le costruzioni puramente speculative sono crollate”. Da dicembre, quando Jerome Powell ha iniziato a far capire che la lotta ai prezzi Usa Usa era presa sul serio, “le condizioni finanziarie si sono strette al ritmo più accelerato mai sperimentato per iniziativa della Fed”, spiega Antonio Cavarero, responsabile investimenti di Generali Insurance asset management. Proiettando sul suo schermo il grafico dell’indice di Goldman Sachs che misura l’intensità della stretta monetaria con quello del valore dei cripto-asset, Cavarero nota come si siano accoppiati: “La Fed ha indotto prudenza sugli investimenti. Abbiamo visto gli effetti sui titoli di Stato, sull’azionario e non vedo perché le cripto dovessero restare immuni”.

Quando il ribasso è partito, sono scattati gli amplificatori. “I trader con una leva finanziaria eccessiva sono stati costretti a vendere le partecipazioni in perdita, o hanno visto le loro posizioni liquidate automaticamente su piattaforme non regolamentate”, aggiunge Rodgers. Ci sono poi stati i casi di cronaca, a cominciare dal crollo della “stablecoin algoritmica” TerraUsdt, che assicurava l’ancoraggio al dollaro con un complesso equilibrismo con la moneta digitale sorella Luna. Il tutto garantito da un sottostante in Bitcoin. “Il sistema è stato attaccato prendendo a prestito 100mila Bitcoin e piazzando scommesse al ribasso”, spiega Andrea Medri, co-fondatore di The Rock Trading. “Quando l’algoritmo non è stato in grado di tenere l’equilibrio, e il sistema ha venduto la quasi totalità delle sue riserve in Bitcoin, è scoppiato il panico”.

Il crash da 40 miliardi

Un crash da 40 miliardi dal quale qualcuno ci ha comunque tratto profitto, hedge fund come Appia che hanno puntato i loro computer proprio sul percepire i tentennamenti delle cripto per andare a lucrarci. “Chi ha portato quell’attacco si sarà messo in tasca 1 milione di dollari”, stima Medri. Per molti altri è stato invece un salasso. Da lì infatti sono arrivati i problemi dell’exchange Celsius (e siamo al 9 giugno) che ha congelato i prelievi di cripto dai portafogli, e due weekend dopo le difficoltà dell’hedge Three Arrows Capital, in cerca di salvataggio. Episodi che svelano “un problema di maturità tecnologica: tutto questo mondo è imploso perché è estremamente affascinante ma ancora immaturo”, rimarca Medri. Un rasoio che cala in particolare sulla “DeFi, la finanza decentralizzata di terza generazione (dopo la prima di Bitcoin e la seconda di Ethereum, ndr) che in molti casi ha dato origine a meccanismi assai rischiosi. Quel che accade ciclicamente a una tecnologia che si muove a velocità elevatissima in un territorio pionieristico”.

Il timido recupero

Il recente, timido recupero dei prezzi “non permette di affermare che una ripresa vera e propria sia in atto”, annota Rodgers. Restano posizioni a leva aperte, e i casi scoppiati in queste settimane – da Celsius a Three Arrows – non sono ancora chiariti. A differenza di alcune correzioni del passato, arrivate anche all’80-90%, il clima dei mercati è poi ben peggiore: per molti una recessione Usa è prossima, in Europa c’è la guerra, l’inflazione galoppa. Senza dimenticare il rischio di perserverare: Do Kwon, il sudcoreano dietro Terr, nonostante le indagini su presunta frode e raccolta illegale di risparmio, ha rilanciato una nuova moneta Luna: quotata a 18,87 dollari il 28 maggio, venerdì viaggiava su 1,8. “Non capisco perché qualcuno sano di mente voglia investire in Luna 2 dopo aver visto Luna 1 crollare in modo drammatico”, ha detto al Wsj Mati Greenspan, fondatore di Quantum Economics.

Su quanto sia profondo il terremoto di queste settimane, i previsori restano abbottonati. Due i parallelismi: la bolla delle dot-com e la crisi dei mutui subprime. Anche Bankitalia ricorda che i prodotti che fecero saltare Lehman Brothers valevano 1.300 miliardi, mentre le cripto sono arrivate ben sopra quota 3mila. “Ma sono quotazioni raggiunte grazie all’aumento dei prezzi, non “bonifici reali” immessi nel sistema come nel caso dei subprime”, obietta Medri. Per il quale “gli influssi reali in cripto non sono tanto rilevanti da generare shock sistemici”. A saltare sono i singoli portafogli, grandi o piccoli, mono-esposti su cripto. Se ci fossero fondi o operatori tradizionali in difficoltà, vista la forza dell’ultima correzione sarebbero già emersi, è il ragionamento a microfoni spenti. Si propende per la prima somiglianza, quella di una fase di “pulizia” in cui non si mette in discussione la tecnologia sottostante (il web allora, blockchain oggi) “ma c’è una selezione darwiniana appena iniziata”, dice Cavarero. “Ben venga”, fa eco Medri.

La grande correzione, poi, spinge ancor più per accelerare sulla regolamentazione. Che è richiesta in modo unanime. “Se compro un’azione in banca devo compilare il questionario Mifid, non capisco perché possa comprare un asset assai più volatile dallo smartphone”, rimarca Cavarero. Asset, per altro, sempre più esposto al pubblico indistinto: campeggia sulle magliette dei club di calcio, nelle pubblicità in metropolitana. Si è preso i pezzi più visibili dello sport Usa come le pubblicità al SuperBowl o il palazzetto dei Los Angeles Lakers (per la storia Staples Center, ora Crypto.com con un accordo da 700 milioni in vent’anni). Anche Cristiano Ronaldo, pur a inverno già inoltrato, non ha saputo resistere a una partnership con Binance per creare Nft dedicati. Si aspetta il regolamento Micar dall’Europa, ma servirà ancora tempo: si parla del 2024. E già la presidente della Bce, Christine Lagarde, anticipa che sarà necessaria una versione bis. “È una asset class giovane, deve passare da cicli anche regolamentari per consolidarsi”, chiosa Cavarero.



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