Rugby: Ruzza, quinquennale con Treviso. È il contratto più lungo di sempre in Italia



Il seconda linea, stratega del Benetton e dell’Italia non solo in touche, si è legato al club fino al 2028: “Sposo un progetto di vita”. Il d.t. Pavanello: “Lo merita, e abbiamo mandato un segnale agli altri”

Simone Battaggia
@sbattaggia

Cinque anni di contratto, fino al 2028. Nel rugby italiano nessuno aveva mai firmato per un periodo così lungo. Accettando la proposta del Benetton Federico Ruzza, 28 anni compiuti, ha definito il proprio orizzonte e nello stesso tempo ha aperto una strada. Il seconda linea padovano è così al centro del progetto di Treviso — e di quello della Nazionale, dopo anni di ostracismo per una presunta inadeguatezza fisica sulla quale comunque lui ha lavorato molto — che l’accordo in filigrana rivela di andare molto più in là, di abbracciare anche il post-carriera.

Uomo-chiave

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Cresciuto tra Cus Padova (dai 6 ai 16 anni) e Valsugana, transitato per Viadana e per le Zebre prima di arrivare in biancoverde nel 2017, il numero 5 da 198 centimetri per 110 kg negli anni ha costruito, su una base tecnica inattaccabile, una competenza rugbistica che ha pochi pari. Scienziato della touche come il suo allenatore Marco Bortolami, interessato a ogni aspetto del gioco, individuale o collettivo, in attacco o in difesa, Ruzza è diventato un uomo-chiave. “Federico se lo merita — racconta Antonio Pavanello, direttore generale del Benetton —, per la persona che è e il giocatore che è diventato. Noi volevamo dare un segnale, far capire ai ragazzi che il rugby può darti sicurezze, permetterti di fare un progetto che va al di là del campo. Un contratto così lungo è un qualcosa che possiamo proporre anche ad altri, a un paio di atleti ne abbiamo già parlato (intanto è arrivato il rinnovo per i fratelli Niccolò e Lorenzo Cannone fino al 2026, ndr). Ruzza ci è sempre piaciuto, quando era alle Zebre aveva la volontà di riavvicinarsi a casa e siamo felici che con Fir e con l’altra franchigia sia stato possibile fare questo passaggio. La sua forza è stata aspirare ai massimi livelli senza perdersi d’animo, anche quando sembrava che fisicamente non fosse sufficiente per il livello internazionale. Lui non ha mollato e noi siamo contenti di averlo aiutato. Come stazza non è Etzebeth, sa che deve lavorare tanto in palestra e lo fa. E poi studia tanto”. “Quando abbiamo firmato ho fatto i complimenti a Treviso – racconta Marco Ferrara, agente del giocatore —, perché ha dimostrato di saper pianificare a lungo termine, sui cinque anni, come fanno le grandi realtà industriali. In Italia si ragiona ancora sui 2 o 3 anni. I contratti quinquennali nel calcio ogni tanto si vedono, nel volley ce n’è qualcuno, nel rugby è il primo”.

“Stimolo e responsabilità”

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Ruzza racconta così la genesi della sua decisione. “Sono sempre stato bene a Treviso — racconta dopo una sessione di fisioterapia e di palestra in Ghirada, nel giorno di riposo in vista della sfida di sabato in casa contro il Bayonne per la Challenge —, in questi anni ho fatto un percorso di crescita con la società e con lo staff, personale e sportivo. Avevo ancora un anno di contratto ma volevo restare: se lavori bene in un club, ne sposi gli obiettivi, è importante dare continuità. La società ha fatto un atto di fiducia, un investimento importante di cui sento la responsabilità e che mi stimola”.

L’impressione è che le abbiano proposto qualcosa in più, che vada al di là della carriera di atleta.

“Un pensiero di questo tipo ci può essere, quest’anno ho iniziato il percorso per diventare allenatore. Vedremo, non si sa mai cosa ti riserva la vita”.

La preparazione è uno dei suoi punti forti. Come la affronta?

“Aggiornarsi è fondamentale, lo sport si evolve, nel nostro si notano differenze anche rispetto a cinque anni fa. Guardo tante partite, di campionati diversi, cerco spunti”.

Come funziona la sua settimana?

“Diciamo che il lunedì è importante sia aver rivisto e analizzato l’ultima partita, sia l’analisi degli avversari del weekend che arriva. Il lunedì bisogna avere le idee chiare, in settimana gli allenamenti vanno sfruttati tra lavoro in campo e ulteriore analisi video in modo che il giovedì la preparazione sia pronta e il sabato si sia preparata a più scenari possibile”.

Lei non si occupa solo di touche, è lampante.

“Abbiamo dei gruppi di lavoro, quello della difesa e dell’attacco, quello della touche, le prime linee preparano la mischia… Si gioca in 23, ci si allena in 35-40, tutti devono fare bene il loro lavoro. Nello sport pro’ è difficile che sia l’allenatore a dire per filo e per segno cosa fare al giocatore. Il tecnico dà la linea, ma ognuno deve essere responsabile della preparazione della partita”.

Le ultime le avete preparate bene.

“I risultati aiutano, anche se con le Zebre al ritorno cè stato qualche scricchiolio nel primo tempo. E’ vero però che abbiamo dimostrato di saper recuperare nelle situazioni scomode”.

Il caso della banana marcia a Traoré non ha dato certo serenità, ma la squadra da allora ha centrato tre vittorie di fila. Come l’avete gestito?

“Quel giorno siamo stati convocati dalla società, c’è stato il chiarimento tra i due ragazzi coinvolti. Ne abbiamo parlato come gruppo, ci siamo detti che certi gesti non debbano essere ripetuti, che non bisogna superare i limiti, che va capita e rispettata la sensibilità di tutti. La situazione ora è rientrata, abbiamo attraversato un momento delicato ma l’abbiamo superato come squadra”.

Ha avuto offerte dall’estero?

Vi avviate al Sei Nazioni. Cosa si può sperare?

“C’è tanta voglia di andare al raduno e di affrontare il Torneo. Contro il Sudafrica il risultato è stato brutto ma nella partita abbiamo fatto cose interessanti e prima ci sono state le due vittorie contro Samoa e Australia che ci hanno dato belle sensazioni. In raduno avevamo lavorato bene e quando vinci la voglia si alimenta. Sappiamo contro chi andiamo a giocare, ma ogni partita va preparata. Il risultato dipende da tante cose, a iniziare dal lavoro fatto in settimana e nei mesi precedenti. Entusiasmo e voglia ci sono, e dietro è stato fatto un lavoro di qualità. Una sconfitta può dire tante cose positive come una vittoria può nascondere una brutta prestazione. Contro l’Australia, se quel calcio all’ultimo secondo fosse entrato avremmo perso, ma quel risultato sarebbe stato bugiardo, ma comunque quella prestazione, una volta analizzata, avrebbe detto cose positive. Certo, lo sport è fatto anche di emozioni, da sempre. Ma serve un equilibrio con l’oggettività delle cose”.





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