Vuoi invecchiare in salute? Pensa al tuo microbiota


I capelli ingrigiscono, le rughe si fanno più profonde, le articolazioni scricchiolano, il cuore comincia ad avere qualche acciacco. Il tempo che passa incide sul nostro organismo. Ma ci sono persone che, alla faccia dell’età anagrafica, sembrano infischiarsene degli anni che passano. Certo conta quanto è scritto nel DNA, le buone abitudini a tavola, il movimento, le poche malattie e conseguenti terapie. Ma forse, anche la composizione della popolazione dei batteri intestinali gioca un ruolo importante nel definire una terza età in salute. Perché anche il microbiota invecchia e cambia, naturalmente.

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Ma noi possiamo fare qualcosa per mantenerlo in forma, anche nella terza età. Come? Nutrendoci con intelligenza, privilegiando fibre ed alimenti integrali, sfruttando i benefici dei prebiotici che possiamo trovare in alimenti semplici, come cipolle o mele. Senza dimenticare i polifenoli della frutta, in particolare dei frutti di bosco, kefir e yogurt che immettono batteri “buoni” in una megalopoli invisibile che cambia continuamente, e l’olio extravergine d’oliva. Senza ovviamente accedere con le calorie totali e con i grassi.

L’importanza del mix di batteri

Così, con poche semplici regole, si può cercare di mantenere “in forma” l’invisibile organo che regola il nostro benessere. E non solo dell’intestino: incide sull’infiammazione, agisce sulla risposta immunitaria, ci aiuta a produrre enzimi ed energia. L’elenco sarebbe lunghissimo, ma contano molto i batteri più numerosi oltre al “mixing” tra diverse specie, con quelle ad azione positiva che dominano. Anche nella terza età. A definire tre diverse tipologie di microbiota, due positive per invecchiare in salute ed una francamente poco raccomandabile per chi mira a diventare centenario, è una ricerca apparsa su Nature Reviews Gastroenterology ed Epatology, coordinata da Paul W. O’Toole, dell’Università Nazionale d’Irlanda di Cork.

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I batteri del buon invecchiamento

Lo studio ha preso in esame una serie di indagini condotte in tutto il mondo, Italia compresa, che hanno correlato le caratteristiche specifiche del microbiota con il benessere in età avanzata. In primo luogo si è visto che una popolazione batterica particolarmente ricca in ceppi del genere Akkermansia nella terza età è più frequente nei soggetti che arrivano a cent’anni, pur se non necessariamente ad un buono stato di salute. Ma soprattutto, grazie all’analisi, si è arrivati a capire che esistono veri e propri “identikit” generali della flora batterica intestinale in grado di associarsi ad una terza età lunga ed in salute o piuttosto ad una vecchiaia piena di acciacchi.

I tre profili legati ai batteri

In particolare sono stati definiti tre profili. Il primo, potenzialmente positivo, è caratterizzato da un progressivo calo con l’età di batteri del genere Bifidobacterium e si associa ad un invecchiamento sano. Il secondo si associa invece ad una terza età non propriamente in salute: a predominare in questo caso sono soprattutto ceppi che hanno un’azione negativa sull’organismo o comunque appaiono potenzialmente legati a possibili patologie come Streptococcus o Actinomyces.

Il ruolo dei farmaci

Ma va anche detto che in questa “megalopoli” invisibile si sono individuati anche componenti genetiche implicate nel metabolismo dei farmaci, utilizzati magari per fronteggiare patologie. Il terzo gruppo, ancora con connotazioni positive, è caratterizzato da un’ampia presenza di ceppi di Akkermansia: la presenza di questi batteri tende ad aumentare con l’età quando si sta bene e si è in forma, ma cala drasticamente se l’anziano diventa fragile per malattie croniche e/o va incontro a declino cognitivo e fenomeni infiammatori.

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Cosa succede e cosa possiamo fare

L’azione protettiva nei soggetti dei ceppi associati ad un buon invecchiamento appare legata in particolare all’acido butirrico, sintetizzato dal microbiota, che contrasta l’insorgenza di problemi neurologici e di alterazioni metaboliche. Al contrario, quando prevalgono i batteri che si associano ad una senescenza poco salubre il microbiota tenderebbe più facilmente a creare prodotti metabolici come la trimetilamina, che potrebbe avere un ruolo negativo per il benessere di cuore ed arterie, o composti che vanno ad influire negativamente sul DNA cellulare.

Lo stretto legame tra batteri e stile di vita

“Lo studio conferma una cosa fondamentale: i batteri vivono, crescono e mutano assieme a noi – spiega Lorenzo Morelli, Direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Alimentari dell’Università Cattolica di Cremona – la composizione del microbiota cambia con il passare degli anni ed esiste un importante legame tra il nostro stile di vita e i batteri intestinali, in termini di salute generale, basti pensare all’obesità e ai problemi metabolici che si legano a tante fragilità”.

Prima l’uovo o la gallina?

Sia chiaro: non si sa se nasca prima l’uovo o la gallina, ovvero se un microbiota che muta sia all’origine di queste condizioni o ne sia soltanto la conseguenza. Ma è certo che oggi si riescono ad avere informazioni fino a qualche tempo fa impensabili, come ad esempio lo studio dei batteri anaerobi stretti come appunto quelli del ceppo Akkermansia, ad azione protettiva. Per tutti noi, comunque, è sul fronte dell’alimentazione e dei prebiotici che dobbiamo agire, fornendo “cibo” che favorisca lo sviluppo di abitanti “buoni” nel nostro tubo digerente.

Pasta ma cotta al dente

“Per favorire la crescita di questi ceppi – precisa Morelli – è utile puntare su una dieta “italiana”. La pasta, cotta al dente, consente di avere un amido resistente che spinge componenti specifici del microbiota come appunto questi ceppi. L’ideale sarebbe un condimento di fagioli (quindi la classica pasta e fagioli con un pizzico di olio come piatto unico), che ha un’azione simile. Senza superare la soglia dei due bicchieri al giorno, poi, può essere utile il vino rosso. E per finire, un quadretto di cioccolato fondente a patto che contengna  molto cacao, nutrimento utile per i batteri “buoni”.

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